venerdì 17 novembre 2017

Senigallia, Recital Torbidoni

Senigallia, Auditorium San Rocco

CONCERTO LIRICO PER ALEXANDRA


5 novembre 2017

Analisi di Giosetta Guerra

Marta Torbidoni, soprano marchigiano applaudito in vari teatri del mondo, è stata protagonista di un magnifico recital in ricordo della giovane modella e scrittrice senigalliese Alexandra Maich, prematuramente scomparsa l’anno scorso.
Davanti a un folto pubblico che gremiva l’Auditorium San Rocco di Senigallia, domenica 5 novembre 2017, il soprano ha fatto sfoggio di un mezzo vocale possente e robusto in grado di alleggerirsi, suoni pieni e rotondi in tutta la gamma nell’aria “Sì, mi chiamano Mimì” da La Bohème di Puccini; di voce estesissima con suoni densi e morbidi in zona media e grave e una bella scala discendente nell’aria “Tu del mio Carlo al seno” da I Masnadieri di Verdi, e voce fortissima per la cabaletta “Carlo vive” cantata prevalentemente di forza; il soprano ha attaccato forte l’aria di Liù “Tu che di gel sei cinta” dalla Turandot di Puccini, perché ha una valanga di voce che usa con generosità e talvolta ammorbidisce.


Più delicata nell’aria “O mio babbino caro” da Gianni Schicchi di Puccini, dove il soprano ha fatto uso della messa di voce e di suggestivi filati; voce sempre robusta ma carezzevole nell’aria “Addio del passato” da “La Traviata” di Verdi, attaccata a mezza voce e conclusa con un filato rinforzato.






Suo partner di scena il giovane tenore Giovanni Maria Palmia, che canta di fibra anche quando qualche frase andrebbe alleggerita (“La donna è mobile” da Rigoletto di Verdi), ha voce robusta con qualche imprecisione nell’emissione, tenuta del suono nei finali per l’aria “Di ladroni attorniato” da I Masnadieri di Verdi; bello il colore vocale nell’aria “Ah la paterna mano” da I Masnadieri di Verdi, con generosità del suono emesso di forza e scarso uso della maschera; un canto in maschera e sfumato sarebbe necessario per l’aria di Cavaradossi “E lucevan le stelle” da Tosca di Puccini, per esprimere il dolore lancinante del pittore e la struggente nostalgia dei dolci baci, non la sua rabbia che esce da un canto urlato.

Insieme i due cantati si sono esibiti in noti duetti: “Scena e duetto III atto, Amalia e Carlo” 
da I Masnadieri di Verdi, troppo gridato da entrambi; “Un dì felice eterea” da La Traviata di Verdi con duttilità vocale del soprano e fluidità della sua linea di canto, mentre quella del tenore andrebbe raffinata; attacco e finale morbidi di entrambi nel duetto “Parigi, o cara” da La Traviata di Verdi, cantata a piena voce.
Al pianoforte la giovane Silvia Ercolani, esperta accompagnatrice di cantanti.





Ha presentato gli artisti e introdotto i brani la presentatrice Anna Annibali.



Il pubblico ha gradito molto la performance, addirittura ha fatto una standing ovation per i notissimi bis “Amami Alfredo” e “Libiam ne’ lieti calici” da La Traviata di Verdi.

La manifestazione è la prima di una serie di incontri che la neo nata Associazione culturale Alexandra Maich, fondata da Eleonora Carbonari, ha intenzione di organizzare investendo vari campi della cultura. Iniziativa lodevole e buona risposta del pubblico.










giovedì 2 novembre 2017

Fano, Teatro della Fortuna
Stagione di prosa 2017-18

L’ORA DI RICEVIMENTO (banlieue)
di Stefano Massini










(11 ottobre 2017)
Recensione di Giosetta Guerra


“Viviamo in tempi infami”
 diceva Verlaine…
…E oggi?...




Vocio e musica invadono un’aula scolastica tramite un altoparlante. Una scenografia minimalista colloca solo una vecchia cattedra al centro di un’aula grigia e squallida dalle pareti fatiscenti. Un cinismo intriso di tristezza pervade l’anima di Ardeche, professore di materie letterarie di una scuola media francese, sita nella multietnica banlieue di Les Izards, ai margini dell’area metropolitana di Tolosa in Francia. Lui tenta invano di parlare agli alunni dei suoi poeti, ma si rende conto che deve affrontare problemi esistenziali ben più gravi; la speranza di migliorare la situazione è ormai perduta, ma non l’acume e l’ironia.
Fabrizio Bentivoglio, un bell’uomo di mezza età coi capelli bianchi e abbigliamento casual, ha l’aspetto del professore di provincia ed è proprio lui che impersona il professor Ardeche con naturalezza e fluidità d’eloquio.
 Solo, accanto alla cattedra, fa un’anamnesi accurata ed ironica delle peculiarità caratteriali dei suoi tredici alunni extracomunitari, che lui chiama con soprannomi ad hoc basandosi sul loro comportamento: il “raffreddato”, o l’eterno freddoloso, che sceglie il banco vicino al termosifone, “panorama”, il romantico con lo sguardo lontano che si siede  accanto alla finestra “con vista sul mondo”, il “boss”, sostenuto dal “bodyguard”, la “missionaria” a difesa dei più deboli, l’“invisibile”, che rimane silenzioso in disparte per non farsi notare e via dicendo. Questa prima parte un po’ monotona è recitata con toni bassi e pacati, sì da rendere difficile l’ascolto da lontano. Comunque la presentazione è così ricca di dettagli che noi ce li vediamo tutti davanti, anche se in realtà gli alunni non compaiono mai in scena.
Entrano in scena invece i loro genitori, appartenenti ad etnie diverse, nell’ora di ricevimento con gl’insegnanti. Giusta quindi la scelta registica di Michele Placido di passare dal grigiore e dal silenzio iniziali al cromatismo dei costumi e alla movimentazione della scena.
Purtroppo i quadri con gli ingressi dei vari genitori sono costantemente separati dal buio in palcoscenico, che interrompe la continuità dell’azione. Curate invece le dinamiche interpersonali, appropriata la differenziazione della gestualità e del modo di parlare e di porsi dei diversi personaggi. Gli attori che interpretano i genitori sono talmente presi dal loro ruolo da sembrare autentici. In realtà alcuni sono veri extracomunitari, che fanno parte della Compagnia dei giovani del Teatro Stabile dell’Umbria, produttore della pièce, agiscono e si vestono secondo i loro usi e costumi e parlano anche la loro lingua d’origine.





Giordano Agrusta è un padre rozzo e maleducato che mangia un panino mentre interloquisce col professore, Arianna Ancarani è una mamma araba col burka nero, Carolina Balucani parla spagnolo, Rabii Brahim è un focoso padre tunisino e parla arabo, Vittoria Corallo è la mamma araba,
Andrea Iarlori è il rabbino, Balkissa Maiga fa la duplice parte della mamma nera e della mamma araba e il bellissimo Marouane Zotti che purtroppo recita in penombra perché è l’invisibile, l’unico alunno che s’intravede in scena.
Poi c’è il professore di matematica di un candore disarmante, interpretato alla
grande da Francesco Bolo Rossini.
Il tema di questa commedia a sfondo drammatico è la denuncia dello scontro sociale, culturale e religioso tra famiglie straniere e istituzioni pubbliche, che dimostra l’utopia dell’integrazione.
Culture e religioni differenti non possono convivere se non col rispetto reciproco e con l’accettazione da parte degli immigrati dei principi basilari di convivenza, quali la lingua ufficiale e le regole scolastiche. Il tunisino che si rifiuta di parlare francese, ma parla arabo e si fa tradurre dalla moglie, crea un muro invalicabile, le richieste assurde di tredici menù diversi per i tredici alunni della classe rende impossibile qualsiasi tipo di integrazione, anzi diventa una pretesa inaccettabile e quindi motivo di scontro.
Se ci aggiungiamo le problematiche tipiche dei ragazzi “difficili”, che hanno bisogno di metodi scolastici personalizzati, con alle spalle famiglie difficili, che annullano il lavoro dell’insegnante, si capisce che l’integrazione resta e sempre sarà un’utopia. A questa conclusione giunge il professore che nasconde la sua frustrazione dietro l’ironia e la rassegnata accettazione della realtà.

 Regia di Michele Placido, scene di Marco Rossi, costumi di Andrea Cavalletto, musiche originali di Luca D’Alberto, voce cantante Federica Vincenti, luci di Simone De Angelis.

giovedì 14 settembre 2017

Ildar Abdrazakov in concerto

R.O.F. 2017
Pesaro, Teatro Rossini

Ildar Abdrazakov 

in concerto

19 agosto 2017

Ascolto entusiasmante

Con questa voce puoi cantar quel che tu vuoi




By Giosetta Guerra

Giovane, bravo, carismatico, un oceano di voce e di simpatia, un vero fenomeno, il basso russo Ildar Abdrazakov, vincitore nel 2000, a soli 24 anni, del concorso Callas e ospite di prestigio nei principali teatri e festival internazionali, è stato protagonista d’alto rango di un meraviglioso concerto al Teatro Rossini di Pesaro, accompagnato dall’Orchestra Filarmonica Gioachino Rossini, diretta dal M° Iván López-Reynoso.
La magnificenza della voce e della tecnica di canto di Ildar ci riporta ai fasti vocali ed interpretativi del grande basso Samuel Ramey. Il programma stesso, con le più note arie dei personaggi verdiani, mozartiani e rossiniani, è quello consacrato da Ramey e da lui portato in molti teatri del mondo.
L’emozione si ripete. 
Le qualità vocali di Ildar Abdrazakov sono infinite e lui riesce ad adattarle al carattere dei diversi personaggi interpretati.
Per l’aria di Attilla “Mentre gonfiarsi l’anima” (da Attila di Verdi) usa con morbidezza una voce enorme, che si piega a bellissime mezze voci, sostiene il suono e si estende sicura in zona acuta.
Inizia a mezza voce, col pianto del violoncello e il lamento dei violini, l’intima disperazione di Filippo II espressa nell’aria “Ella giammai m’amò” (da Don Carlo di Verdi), cantata benissimo; con l’emissione in maschera, sempre sul fiato, il basso gestisce con maestria una voce vastissima e dal volume grandissimo, che arriva all’anima per la morbidezza del canto sfumato e l’impressionante sonorità delle mezze voci.
Fantastico nella scena e cavatina di Silva “Che vegg’io…Infelice!...e tuo credevi” (da Ernani di Verdi), eseguita con piglio eroico e incisività d’accento, sonorità piene, fluidità e naturalezza d’emissione, padronanza e morbidezza del canto. La cavatina è introdotta da una musica smarcettante, quasi da banda.
Nei personaggi mozartiani alle superdoti vocali si aggiungono spavalderia e simpatia, per cui l’aria di Leporello “Madamina! Il catalogo è questo!” viene accolta da un’esplosione del pubblico per un Leporello da manuale e la Canzonetta di Don Giovanni “Deh vieni alla finestra”, accompagnata dal mandolino, è abilmente cantata con suadente mezza voce e a voce piena nel finale. Entrambe da Don Giovanni di Mozart.
In Rossini esce la versatilità del nostro basso, che passa dalla drammaticità di Assur al sarcasmo caricaturale di Don Basilio.
Nella scena e Aria di Assur “Il dì già cade…Deh…ti ferma…ti placa…perdona” da Semiramide, coi toni cupi in orchestra e con spazi per il flauto e per il clarino, Abdrazakov entra in scena disperato. Con voce magnifica usata in modo divino, gravi scuri ampi e sonori, espansioni acute vastissime, fa trasparire la sofferenza di Assur, la duttilità vocale gli permette di affrontare brillantemente la coloratura della cabaletta.
La cavernosità del mezzo vocale, la precisione dei suoni scanditi a mezza voce, alcuni comicizzati, le ampie arcate sostenute, l’incisività d’accento sono i giusti ingredienti per una “Calunnia” d’effetto, suggerita da Don Basilio ne Il barbiere di Siviglia.
E come Mefistofele? (“Le veau d’or” da Faust di Gounod). È un oceano di voce da cui ti fai travolgere con grande piacere.
L’Orchestra Filarmonica Gioachino Rossini, scenicamente originale con le donne vestite di rosso, verde, azzurro, beige e bianco, nelle pagine per sola orchestra presenta una sezione archi leggera nel Preludio di Attila, dove un po’ pesante risulta il tutto orchestrale, che invece si fa delicato nel breve Preludio di Ernani; ben dosate le dinamiche sonore nella Sinfonia di Così fan tutte di Mozart; nella Sinfonia di Semiramide la flessibilità della sezione archi è sostenuta dal suono pieno delle voci scure e dalla voce morbida dei corni. Scintilla il flauto che apre un crescendo con la corsa dei violini e l’incalzare di tutta la compagine orchestrale. Trascinante nel gioco tra piani e forti. Molto partecipe il direttore Iván López-Reynoso.

Un concerto che rimarrà negli annali del R.O.F., oltre che nelle nostre menti.



Programma
Giuseppe Verdi
Attila Preludio
Aria di Attila “Mentre gonfiarsi l’anima”
Don Carlo Aria di Filippo “Ella giammai m’amò”
Ernani Preludio
Scena e cavatina di Silva “Che vegg’io! … Infelice! … e tuo credevi”
Wolfgang Amadeus Mozart
Così fan tutte, Sinfonia
Don Giovanni  Aria di Leporello “Madamina! Il catalogo è questo!”
Canzonetta di Don Giovanni “Deh vieni alla finestra”
Gioachino Rossini
Semiramide Sinfonia
Scena e Aria di Assur “Il dì già cade … Deh… ti ferma… ti placa… perdona”
Bis
Rossini Il barbiere di Siviglia “La calunnia è un venticello”
Gounod Faust Aria di Mefistofele “Le veau d’or”


foto di Leone Facoetti







lunedì 11 settembre 2017

Tenors ROF 2017

R.O.F. 2017

Pesaro – Teatro Rossini

 Tenors in concert 

 Michael Spyres, Sergey Romanovsky, John Irvin 

 con la Filarmonica Gioachino Rossini 

 diretta da David Parry 














17 agosto 2017

By Giosetta Guerra

Essendo inflazionato il titolo “I tre tenori”, il R.O.F. opta per “Tenors”, pur essendo tre i tenori presentati: Michael Spyres, Sergey Romanovsky, John Irvin, che si cimentano in un programma tutto rossiniano.
Michael Spyres, belcantista di spicco, (Premio Tiberini d’oro 2014), è il più noto dei tre ed è amatissimo dalla platea pesarese, che lo ha più volte osannato. La sua bella voce piena e robusta di baritenore rossiniano buca la platea; la sicurezza d’emissione, la perfetta gestione del fiato, l’ampiezza e la rotondità dei suoni, la duttilità vocale e la padronanza della prassi esecutiva rossiniana lo rendono maestro del canto di coloratura; virtuosismi, salti d’ottava, slanci mirabolanti in tessitura acuta e sovracuta, appoggi corposi e sicuri nel registro grave, ma anche soavi mezzevoci nel canto morbido sono affrontati con naturalezza quasi spavalda da questo cantante d’alta classe. Gradevolissimo l’ascolto. E poi è simpatico e il suo sorriso sotto quegli occhi azzurri è contagioso.
Sergey Romanovsky ha le caratteristiche del baritenore, la voce è robusta ed estesa ma nella proiezione del suono si avverte a volte una sorta di vibrato, i suoni sono pieni in tutti i registri.
John Irvin è un tenore contraltino dal sapore antico, chiaro ed esteso, con emissione poco fluida e un certo tremolio nella voce.
Ha accompagnato i cantanti l’Orchestra Filarmonica Gioachino Rossini, non sempre ligia al dettato rossiniano, diretta da David Parry.


Programma
Armida -Sinfonia (orchestra)
Ricciardo e Zoraide Duetto Ricciardo-Agorante “Donala a questo core” (Romanovsky-Spyres)
Armida duetto Carlo-Ubaldo “Come l’aurette placide” (Irvin-Romanovsky)
 Otello Duetto Otello-Iago “Non mi inganno; al mio rivale” (Spyres-Irvin)
Guillaume Tell  Pas de soldats (orchestra)
Ricciardo e Zoraide Cavatina di Agorante “Minacci pur” (Spyres)
Semiramide Aria di Idreno “Ah dov’è il cimento?” (Irvin)
Zelmira Cavatina di Antenore “Che vidi! amici, oh eccesso!” (Romanovsky)
Armida Ballo (orchestra)
Armida Terzetto Rinaldo-Carlo-Ubaldo “In quale aspetto imbelle” (Spyres, Romanovsky, Irvin)





sabato 9 settembre 2017

Recital Pisaroni Zappa ROF 17



R.O.F. 2017

Auditorium Pedrotti Conservatorio Rossini 
di Pesaro

15 agosto 2017

Recital del basso/baritono 
Luca Pisaroni

Giulio Zappa al pianoforte

 












A cura di Giosetta Guerra

Ascolto imbarazzante

Scegliere di impostare un programma sulla morbidezza del canto a mezzavoce e sulle finezze del ricamo musicale è un po’ azzardato se non si possiede duttilità vocale, assoluto dominio del fiato e capacità di dare sonorità al fil di voce. (Devia docet).
La prima parte del recital è dedicata a F. Schubert. Il lieder d’apertura, Der Schiffer D 536, un tempo cavallo di battaglia di Samuel Ramey, è affrontato con mezzevoci deboli, senza la grinta necessaria e i tempi scanditi. La morbidezza del canto in Memnon D541 fa sortire una vocalità di bel colore ma di poco spessore, in Auf der Donau D553 i pianissimo sono quasi silenzi, come in Ganymed D 544 e in Grenzen der Menschheit D 716, dove i suoni risultano appena accennati per mancanza di sonorità nei pianissimo. La voce di medio volume del cantante esce invece in tutta la sua pienezza in An Schwager Kronos D 369 di F. Schubert. Il gioco musicale è realizzato dal tocco sapiente del pianista, ora delicato, ora mosso, ora colorato.
Non cambia la tecnica d’emissione del Pisaroni nella parte dedicata a F. Liszt. Sopra i tocchi lenti e delicati del pianoforte in Über allen Gipfeln R 610 aleggiano i suoni flebilissimi della voce che si sbianca e scompare, per ricomparire un po’ aspra in Vergiftet sind meine lieder R 608; il canto si fa difficoltoso nella soave melodia di O lieb’ R 589 che richiede suoni dolci e morbidi e non mezzi suoni. A conclusione della prima parte la Rapsodia Ungherese N. 5 R 106 per pianoforte solo eseguita da Giulio Zappa risolleva l’umore, a tocco deciso risponde tocco morbido sia nei gravi che negli acuti con conseguente espansione sonora.
La seconda parte, dedicata al Rossini da camera, si apre col suono brillante e solare del pianoforte ne La promessa da Soirées Musicales a sostegno di una voce aspra e di scarso spessore, che non si piega neppure alla linea melodica de La lontananza dai Péchés de vieillesse (Vol. I Album italiano). La maestria del ricamo sonoro emerge nell’accompagnamento pianistico de L’esule (Vol. III Morceaux réservés dei Péchés), cui non rispondono la parola chiara e i suoni pieni della voce del cantante. Fino a questo punto l’esibizione di Luca Pisaroni purtroppo non produce un piacevole ascolto sia per il timbro piuttosto aspro, sia per lo scarso spessore, sia per la dizione poco chiara, sia per l’impreciso uso del fiato che rende indefinibile la linea di canto. Poi all’improvviso la voce si fa più sonora ne L’ultimo ricordo dai Péchés de vieillesse (Vol. I Album italiano) e Il rimprovero da Soirées Musicales, cantati bene in tutti i registri, con emissione precisa, giusto dosaggio del fiato anche nella morbidezza del canto, progressioni corrette e tenuta del suono. Cantando in voce le cose migliorano, escono volume, estensione, ampiezza, lunghi fiati e grinta, ma l’emissione va comunque rifinita e la dizione pure.
Nei bis il cantante avrebbe dovuto tenere un atteggiamento meno serio nell’arietta L’orgia dalle Soirées Musicales di Rossini, un brano mosso e vivace ben sottolineato dal pianoforte, e ne La calunnia da Il Barbiere di Siviglia del pesarese, dove ritornano i problemi delle mezze voci (troppi pianissimo), del dosaggio del fiato, sillabato impreciso, ma finisce in bellezza con un bell’acuto tenuto e voluminoso.
Mi piacerebbe conoscere le ragioni delle sue scelte.















   
Auditorium Pedrotti

martedì 5 settembre 2017

Rof 2017 Torvaldo e Dorliska

R.O.F. 2017

Pesaro Teatro Rossini


Torvaldo e Dorliska

(12 agosto 2017, prima)


La serata delle voci

Con due titani come 

Nicola Alaimo e Carlo Lepore 

si torna al gusto dell’ascolto.


A cura di Giosetta Guerra

Per Torvaldo e Dorliska, dramma semiserio di Cesare Sterbini, musicato da Gioachino Rossini, si torna nel luogo d’elezione del R.O.F., il teatro Rossini, che il regista Mario Martone trasforma idealmente nel castello del Duca d’Ordow, come già fece nel 2006. L’allestimento è infatti quello di undici anni fa con le scene di Sergio Tramonti, i costumi di Ursula Patzak e le luci di Cesare Accetta. Un allestimento originale, in quanto tutto il teatro, spettatori compresi, è idealmente l’interno del palazzo, mentre in palcoscenico c’è il grande cancello di ferro d’accesso che divide il palazzo da un folto bosco scosceso, spesso in penombra. 
Gli ingressi e le uscite avvengono ai lati del palcoscenico, dai due palchi laterali di primo ordine tramite scale di ferro calate e ritirate, dalla platea (troppe uscite dalla platea) e ovviamente dalla cancellata. Molto originale la gabbia di ferro che esce temporaneamente dalla passerella per mostrare Torvaldo prigioniero.
Mi ha fatto piacere rivedere l’allestimento che aveva avuto già il suo bel successo al suo esordio. Ma soprattutto mi sono finalmente gustata il Rossini vocale che amo particolarmente per la sua genialità e per la sua difficoltà, grazie a due consolidati specialisti. 
Il baritono Nicola Alaimo, imponente e dominante nelle vesti del Duca d’Ordow, esibisce una vocalità ampia, robusta e di bel colore, una precisa tecnica d’emissione e di dosaggio del fiato sia nella forza del canto scandito e cadenzato, sia nella dolcezza del canto morbido; grandi applausi per l’aria del duca “Cedi…Indietro. Ah qual voce e per il duetto molto mosso Duca – Giorgio “Ah non posso! …invan lo spero!” nel quale si fronteggiano i due titani: Alaimo e Lepore.
Il basso Carlo Lepore ha voce poderosa e bellissima, canta in maschera e copre con rotondità e pienezza del suono tutta la gamma, dai gravi corposi agli alti strepitosi, interpreta con padronanza scenica e gestuale e sapiente mimica facciale il ruolo del servitore Giorgio, pur avendo un braccio ingessato (che io erroneamente credevo facesse parte del personaggio), bravissimo nel sillabato fitto scandito in ogni parola, è una vera icona dei ruoli di carattere, ai quali dona una dignità particolare per non farli cadere nel burlesco.
Accanto ai due noti artisti fa la sua bella figura il soprano Salome Jicia che affronta il recitativo e cavatina d’ingresso di DorliskaDove son?...Tutto è vano” con belle sonorità, squillo robusto, buoni gravi, fluidità nel canto d’agilità, sostenuta da un’orchestra misteriosa e vibrante. Il soprano rivela spessore in tutti i registri, gravi corretti, acuti sterminati e possenti, sicura nella coloratura e capace di dolcezza del canto (difficilissima aria “Ferma, costante, immobile”, ricca di coccodè), ha voce vibrante (non col vibrato…attenzione).
Nel ruolo di Torvaldo fa il suo esordio il tenore russo Dmitry Korchak, che esibisce un bel colore chiaro dal suono robusto, una buona padronanza della coloratura, ma poca fermezza negli slanci e uno strano modo di alleggerire (recitativo e cavatina del primo atto “Tutto è silenzio…Fra un istante a te vicino”), rivela fluidità nel canto d’agilità nell’aria del secondo atto “Dille, che solo a lei”, che canta sul forte in modo irruento. Dovrebbe imparare a modulare la voce.
Raffaella Lupinacci presta a Carlotta, ancella del duca e sorella di Giorgio, una voce calda di mezzosoprano, bella in acuto e sicura nell’emissione. Nell’aria “Una voce lusinghiera” i suoni sono densi, ampi in tessitura acuta, ma chiusi nel registro grave.
Corretto Filippo Fontana (baritono o tenore?) nella parte di Ormondo, capo delle guardie del conte, che ha una lunga aria “Sopra quell’albero” verso la fine del primo atto.
Il coro Mezio Agostini del Teatro della Fortuna di Fano, ben preparato dalla precisa Mirka Rosciani (anche pianista e direttore d’orchestra), dà il suo prezioso apporto vocale ai concertati e alle pagine d’insieme e scenico muovendosi nella penombra della foresta.
L’Orchestra Sinfonica G. Rossini, agilissima nei tempi veloci e capace di piegarsi alle dinamiche della partitura, è guidata dal preparato giovane direttore Francesco Lanzillotta.
Insomma una bella serata.

Teatro Rossini - 12, 15, 18 e 21 agosto, ore 20.00
TORVALDO E DORLISKA
Dramma semiserio di Cesare Sterbini, musica di Gioachino Rossini
Regia Mario Martone
Scene Sergio Tramonti
Costumi Ursula Patzak
Aiuto regista Daniela Schiavone

Interpreti 
Duca d'Ordow Nicola Alaimo 
Dorliska Salome Jicia
Torvaldo Dmitry Korchak 
Giorgio Carlo Lepore
Carlotta Raffaella Lupinacci 
Ormondo Filippo Fontana
Orchestra Sinfonica G. Rossini  
Direttore Francesco Lanzillotta
Coro del Teatro della Fortuna Mezio Agostini
Maestro del Coro Mirca Rosciani
Produzione 2006

 Credito: Studio Amati Bacciardi